DESKTOP PUBLISHING

Da Wikipedia trascrivo:

“Il desktop publishing (termine mutuato dall’inglese), in sigla DTP, è l’insieme delle procedure di creazione, impaginazione e produzione di materiale stampato dedicato alla produzione editoriale (come libri, giornali, riviste o depliant), usando un personal computer. Il termine (letteralmente “editoria da scrivania”, sostituibile altrimenti con editoria individuale) si riferisce al paragone con i sistemi tradizionali di preparazione della stampa, che avevano bisogno di diverse fasi fotografiche e meccaniche successive. Dall’inizio degli anni novanta il DTP ha sostituito in maniera pressoché totale le tecnologie precedenti, dando il via alla prima profonda rivoluzione della tipografia, a più di cinque secoli dalla prima stampa di Gutenberg”.

Il testo di Wikipedia contiene informazioni utili, altre discutibili.

E’ utile sapere che un personal computer, un software e una stampante sono quanto basta a un autore per stampare i suoi libri. In effetti, questi sono gli strumenti che utilizzo con Unica Edizioni: la mia casa editrice ha sede nella casa dove vivo, occupa lo spazio della mia scrivania. Molti altri autori e autrici si sono appropriati da tempo e spontaneamente di questa tecnologia a uso “individuale”. E se il desktop publishing è la dotazione sufficiente per l’autore, lo è altrettanto per il lettore. Il lettore, anche lui a casa propria, seduto alla propria scrivania, può stampare facilmente i miei libri ricevuti in pdf. A sua volta egli può trasmettere ad altri i pdf, o semplicemente leggerli nel proprio schermo. In questo modo i libri girano attraverso un’attività di stampa diffusa, individuale e domestica (l’Home to Home), che salta la distribuzione e il marketing. Con ovvi vantaggi per il lettore, che ottiene un libro a costi bassissimi, e per la sottoscritta, che trova nuovi lettori.

Il DTP è dunque la zattera con la quale un autore può affrontare in solitaria i marosi dell’oceano della comunicazione. Ma è solo uno strumento, il mezzo con il quale egli trasmette ad altri ciò che ha scritto. Il DTP non è sinonimo di editoria. Là dove Wikipedia afferma che il termine DTP è sinonimo di “editoria individuale” si crea un equivoco. Sarebbe come dire che la tipografia è interscambiabile con l’editoria. Non è così, ovviamente. A differenza della tipografia, che è il luogo adibito alla stampa dei libri in cartaceo, l’editoria è l’intenzionalità con la quale i libri vengono stampati, il fine ultimo rispetto al quale chi edita sceglie i mezzi e le strategie del suo operare, oltre che, ovviamente, i contenuti.

L’equivoco va chiarito, a mio parere, perché trascina con sé alcuni corollari importanti. Continuiamo la lettura di Wikipedia, dove si dice che inizialmente il DTP fu considerato dai professionisti “come una sorta di divertimento per profani, ma con il potenziamento di hardware e software, questi sistemi vennero velocemente recepiti in tutto il mondo dall’editoria professionale. La loro flessibilità e la loro velocità superiore hanno fortemente ridotto i tempi di prestampa (preparazione della stampa) e hanno permesso impaginazioni a un livello di elaborazione prima impossibile da raggiungere (…)”. Ciò ha significato la possibilità “per case editrici, agenzie grafiche e aziende varie di poter “editare” in proprio, con il pieno controllo della pubblicazione e con costi contenuti”.

Wikipedia si ferma qui. Omette di dire che le tecnologie connesse al desktop publishing, che potenzialmente sono utilizzabili da chiunque in forma diretta, di fatto vengono intercettate e gestite da quelle “case editrici, agenzie grafiche e aziende varie” che le propongono come servizi a pagamento agli autori desiderosi di pubblicare. In altri termini, la pubblicazione a pagamento o autopubblicazione o self-publishing, che ha accompagnato l’editoria tradizionale fin dal suo nascere, oggi ha il suo volano proprio nel DTP. Cosa che non rappresenterebbe di per sé un motivo di scandalo, se non fosse per il fatto che la pubblicazione a pagamento viene proposta come autoeditoria, mentre non lo è.  Queste “agenzie” mettono a disposizione degli autori il complesso delle tecnologie del DTP (con la variante del print on demand in luogo della stampante casalinga). Gli autori “fabbricano” da sé il proprio libro, ma non per questo sono autoeditori. Sono soltanto clienti di un servizio che è gestito e diretto dalle “agenzie”. Le quali spesso, e non a caso, aggiungono ai servizi di stampa ulteriori servizi (da quelli propriamente redazionali, a quelli connessi al marketing) e quindi svolgono un’attività di intermediazione il cui fine ultimo è, ovviamente, il loro profitto. In questo contesto di editoria di servizio l’autore autopubblicato non ha alcun potere decisionale, non incide per nulla sulle scelte strategiche e tantomeno sui contenuti, non ha alcun ruolo “editoriale”. L’unica libertà che gli è consentita è limitata al proprio specifico prodotto, una libertà non molto diversa da quella di cui si dispone quando in un supermercato si sceglie un detersivo piuttosto che un altro.

 BLU Marionette

 

Dai murales di Blu, www.blublu.org

 

L’autoeditoria

Tutto questo discorso per arrivare al punto: l’autoeditoria non è autopubblicazione. Così come l’editore è diverso dal tipografo in quanto è sua la responsabilità dei contenuti, dei mezzi e dei fini di ciò che pubblica, così l’autoeditoria è una forma di editoria nella quale il pubblicare è orientato da una specifica intenzionalità, diversa da quella dell’editore tradizionale, e lontanissima da quella dell’editoria di servizio.

Qual è questa intenzionalità? Ogni autoeditore/autoeditrice ha la propria. Nel mio caso l’autoeditoria nasce dalla necessità di avere un rapporto diretto e personale con i lettori. La loro lettura, le loro osservazioni, sono indispensabili al procedere della mia scrittura verso una migliore qualità.

Questo è l’obiettivo prioritario. Ma non è l’unico. Nell’essere anche editore/editrice credo che ci sia la volontà di assumersi una responsabilità in più, l’andare oltre i contenuti dei propri libri. L’autoeditore è lo scrittore che si confronta con l’industria culturale, che esprime su di essa un giudizio di valore e perciò sceglie la propria collocazione. Può decidere di starci dentro oppure di stare ai margini o in opposizione. Ma qualunque sia la sua scelta essa si  concretizza nei mezzi che l’autore-editore adopera e nei fini che si propone.

L’autoeditoria conserva dunque un’idea tradizionale dell’editoria, perfino vetusta. Sicuramente un’idea forte e personalistica, dove l’editore è ancora una persona che decide contenuti, fini, mezzi. Se il contenuto dell’autoeditoria è individualistico - in quanto l’autoeditore pubblica solo se stesso – il fine dell’autoeditoria è invece politico. Nel farsi editore di se stesso l’autore va oltre la propria pulsione soggettiva perché sottopone il suo essere soggetto-autore al vaglio critico del suo essere editore. Da soggetto si fa oggetto dell’autoriflessione.                   

Claudia Vio

P.S. Perché i testi di Wikipedia non sono firmati?

11/11/2009

AUTORI A PROPRIE SPESE

 

Ogni tanto mi dedico ai vagabondaggi in Internet sulle tracce della parola “autoeditoria”. Oggi mi sono imbattuta nella voce “Autore a Proprie Spese” di Wikipedia. Il testo merita una risposta, tante sono le implicazioni che non condivido. 

Dopo una rapida introduzione, nella quale non manca un nobile riferimento all’acronimo APS (Autori a Proprie Spese) e al suo inventore, Umberto Eco, il discorso si articola in paragrafi con titoli dall’allure sociologico. Nel primo paragrafo, “Diffusione del fenomeno”, ci viene spiegato che gli “autori a proprie spese” si sono moltiplicati negli ultimi anni in virtù della stampa digitale; questa infatti costa meno dell’offset (normalmente usato in tipografia) e consente tirature molto basse a costo invariato. L’analisi del fenomeno è un po’ spicciativa. Ma non voglio soffermarmi su questo punto, andiamo oltre.

Nel paragrafo successivo, “Inquadramento del problema”, si afferma: “L’aspirazione a pubblicare una propria opera è legittima… Il ricorso quindi ad un editore a pagamento, che pubblichi l’opera con qualità tipografica adeguata, fornendo all’autore la necessaria consulenza affinché il suo lavoro (…) sia presentabile ed apprezzabile (…) resta legittima”. Mi chiedo perché l’estensore del testo si preoccupi di legittimare le aspirazioni degli autori, ma già intuisco la conclusione di una simile premessa. Infatti poco dopo egli dice: “A fronte di una richiesta di prestazioni (consulenza redazionale, impaginazione, stampa tipografica e confezione dell’opera da diffondere), l’azienda che fornisce il servizio (l’editore a pagamento) richiede e percepisce un legittimo compenso”. Dunque il “desiderio legittimo” dell’autore (di pubblicare) sarebbe il fondamento del “legittimo” ricorso all’editoria a pagamento; pertanto, se l’autore richiede un servizio all’ “editore” costui (denominato pomposamente “azienda”) legittimamente chiede all’autore un compenso per il servizio fornito.

Cosa c’è di opinabile in questo ragionamento? Innanzitutto il termine “editore”. Esso viene usato per indicare un insieme di prestazioni (consulenza redazionale, impaginazione ecc.) nelle quali – si lascia intendere – si identificherebbe il lavoro dell’editore.

Ma l’editore è un’altra cosa. Non è solo uno specialista del libro; egli è soprattutto, e necessariamente, il soggetto che orienta e finalizza quelle “prestazioni” rispetto a un proprio disegno culturale. Questo disegno si esprime attraverso la scelta dei contenuti (i testi), oltre che nelle modalità di circolazione del libro e delle sue interazioni con il lettore. L’editore si avvale delle prestazioni che gli servono (del grafico, del tipografo, del correttore di bozze, e quant’altro è utile a dare forma a una pubblicazione), ma il suo ruolo non si esaurisce in quelle competenze, neppure quando è egli stesso redattore, grafico ecc., sommando in sé tutte le funzioni. Queste varie componenti devono convergere in una “rappresentazione del mondo”, quella dell’editore appunto, senza la quale l’attività di pubblicare non ha il senso di una proposta culturale. In altre parole, l’editoria descritta in Wikipedia è un’editoria acefala, senza editore. In questo senso l’editoria a pagamento è speculare all’editoria senza editori descritta da André Schiffrin nell’omonimo saggio pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2000. L’editoria dei manager, che sta sgretolando l’editoria degli editori, ha generato l’editoria a pagamento perché la logica è la stessa: l’editoria votata al profitto.

Ma c’è anche un’altra ragione per dire che il termine “editore” è usato in modo inappropriato. La perplessità non riguarda il valore culturale, quanto la definizione economica di questo tipo di editore. Quello descritto in Wikipedia è un prestatore d’opera, un fornitore di servizi, come ho detto. Egli stipula un contratto con il committente (l’autore) e con lui pattuisce un compenso per il servizio prestato. Ma l’editore non è un fornitore di servizi. Egli è un produttore di beni (i libri) che produce e commercializza sulla base di una stima di mercato.

Le due figure divergono dunque per vari aspetti. L’editore-fornitore di servizi trae il suo guadagno dall’autore; il suo lavoro si esaurisce con la consegna della pubblicazione all’autore che l’ha commissionata. L’editore-produttore, invece, ottiene il suo profitto esclusivamente dalle vendite. E ancora: l’editore-fornitore di servizi, poiché lavora su commissione, ha la garanzia che ad ogni libro pubblicato corrisponde un guadagno prestabilito, dove i costi della pubblicazione sono tutti coperti dal committente; questa garanzia non esiste invece per l’editore-produttore: fino alla prova del fuoco della vendita il suo profitto rimane un’incognita, i costi sono tutti a suo carico. Ivi compresi quelli del manoscritto, che per l’editore-fornitore di servizi è gratis, mentre l’editore-produttore paga l’autore. Infine, il lettore. Destinatario della pubblicazione, il lettore ha un peso diverso nei due casi. Nella relazione tra l’autore-committente e l’editore-fornitore di servizi il lettore non esiste. Egli è invece il soggetto principe con il quale si relaziona l’editore-produttore, che proprio con il lettore stipula la compravendita, mentre l’autore rimane sullo sfondo.

Risiede in queste discrepanze la ragione per la quale la pubblicazione a pagamento gode di cattiva fama. Dal punto di vista dell’editore-produttore l’altro pratica una concorrenza sleale potendo contare su un compenso garantito e su autori che non gli costano nulla. Da qui l’accusa di falsa editoria lanciata contro gli editori a pagamento. E da qui anche la convinzione che costoro facciano girare merce di qualità scadente, o comunque priva di una garanzia di qualità. È opinione comune infatti che gli editori a pagamento pubblichino autori mediocri.

Le considerazioni esposte fin qui servono per decrittare i consigli che troviamo elargiti in questa pagina di Wikipedia nel paragrafo intitolato “Parametri”, rivolto agli autori desiderosi di pubblicare. Si afferma infatti: “… il problema della distinzione fra un corretto rapporto economico e uno truffaldino si definisce nell’ammontare dell’intervento economico che permette la pubblicazione del libro”. Segue l’indicazione di un prezzo ragionevole stabilito considerando “i rapporti di costo fra le varie fasi di realizzazione di un’opera, cioè gli elementi che concorrono alla formazione del prezzo finale di copertina”. In altre parole, si valuta il rapporto qualità/prezzo del servizio.

Dietro l’apparenza di un suggerimento utile si fa passare l’idea che il problema che l’autore deve porsi non è quello di scegliere fra editoria vera e la pseudo editoria, bensì fra l’editore onesto e quello truffaldino, dove il discrimine fra i due è il tariffario.  Si omette di dire che, se pubblica a pagamento, l’autore rimane intrappolato all’interno di una relazione dalla quale il lettore è escluso; che così facendo egli rinuncia in partenza a chiedere all’editore ciò che sarebbe il suo compito specifico, connesso al pubblicare, e cioè ottenere un pubblico di lettori per il proprio libro; che dunque, il suo libro non sarà mai linfa per la cultura perché già in partenza ha deciso di restarne fuori. Si tace poi il fatto che, seppure ottima, la sua opera subirà l’ostracismo dell’editore-produttore e dell’intero sistema letterario, che non hanno alcuna intenzione di lasciare campo libero agli ESU (Editori a Spese degli Autori) e agli autori che, foraggiandoli, li legittimano e li incrementano.

 

Autoeditoria vs autopubblicazione

Il mio discorso potrebbe fermarsi qui, con l’auspicio che gli autori rinuncino ad appoggiarsi all’editoria a pagamento. Però questo scorcio sul mondo della pubblicazione a pagamento mi offre l’occasione per chiarire la collocazione dell’autoeditoria nel sistema editoriale. Torniamo al paragrafo dove Wikipedia descrive l’editore come colui che offre una serie di prestazioni utili alla pubblicazione. Ho affermato che si tratta di editoria acefala, senza editore. Ora posso aggiungere un’osservazione. La testa per la verità esiste, ed è l’autore. Lui sceglie i contenuti della pubblicazione (coincidono con il libro che ha scritto) e di solito ha anche qualche idea del pubblico al quale rivolgersi. In ogni caso, sgomento di fronte agli scatoloni pieni di copie del suo libro che ha ritirato dall’editore e che ora gli ingombrano il soggiorno di casa, deve porsi il problema di farli circolare, vendendoli oppure regalandoli. Che lo voglia o no, gli tocca fare l’editore, sebbene in scala ridotta e occupandosi solo di se stesso. Dunque, perché non pensarci prima? Perché non osare di più? L’autore può superare il fossato che lo separa dall’essere editore facendosi editore di se stesso.

La via per essere autoeditore non è certo quella dell’autopubblicazione. Il primo passo dell’autoeditoria sta infatti nell’escludere l’editore come soggetto esterno all’autore. Il passaggio successivo consiste nell’acquisire da parte dell’autore tutte le funzioni che sono proprie dell’editore, dimensionandole sulla propria misura. Le possibilità sono svariate e nessuna è facile, naturalmente. Tra quelle tradizionali si può scegliere la stampa in proprio e dichiararla nella copertina, avendo cura, se ci si rivolge a un’agenzia di servizi editoriali, di non far figurare questa agenzia come casa editrice perché non lo è. La cosa fondamentale è vivere questa scelta senza complessi di inferiorità, come spesso succede.

Oppure ci si può unire in cooperativa o in associazione con altri autori e autrici che vogliano pubblicare in proprio o costituirsi come casa editrice.  O infine si può creare una minuscola casa editrice personale (come Unica Edizioni) o registrarsi come testata giornalistica (come Edizione dell’Autrice di Antonella Barina) in modo da non lasciare dubbi circa le proprie intenzioni. L’autore-editore sceglierà le caratteristiche fisiche del supporto (avvalendosi se vuole dei servizi editoriali oppure in autoproduzione, cioè facendo da sé il libro), deciderà in quali forme far circolare i suoi libri e come relazionarsi con i lettori. In ciò consisterà il suo essere editore.

Intesa in questo modo ( l’unico possibile) l’autoeditoria è l’editoria dell’autore e dell’autrice, speculare alla virtuosa editoria degli editori.

Claudia Vio

31 Ottobre 2009