Mail inviata da Roberto Rogai a Alessandra Pagan il 20 Maggio 2007.
Oggetto: "La vocazione delle donne" e "Dopo l'ultima parola Note critiche".
Cara Alessandra,
non ho mantenuto fede alla promessa: ho letto "voracemente" tutti i racconti in una sola serata e, nonostante i buoni propositi successivi alla lettura, anche le tue note.
I racconti si leggono tutti d'un fiato; una volta cominciatone uno, non si riesce a smettere e poi ci si lascia tentare dalla brevità del seguente e così via. La tecnica narrativa è accattivante; se dovessi definirli in due parole, direi che alcuni sono dei veri "gialli della quotidianità" in sedicesimo, con tanto di assassino, che a volte coincide con la vittima ("Il morbo", "Il gas", "La casa nuova", ma in fondo anche "Interferenze": queste donne sono un po' delle aspiranti suicide, anche se il loro destino è talvolta incerto come in "Vigilia" oppure in fondo al tunnel si intravede la luce di una dimensione e di una prospettiva diversa, come in "La casa nuova"). Si tratta comunque sempre di delitti tutti "interiori", e qui scatta l'elemento introspettivo, trattato dalla tua amica con mano leggera e per nulla didascalica, sostenuto da un costante aggancio alle minime realtà del quotidiano che divengono così in modo naturale la proiezione "dell'anima" delle protagoniste, insieme "specchio" di se stesse e simboli di una realtà altra, che minaccia (o promette) di svelarsi da un momento all'altro. Certo che se nelle donne l'anima (come tu dici) configge in tal modo col corpo, allora degli uomini verrebbe da dire, presenti sempre in secondo piano e secondari, quasi oggetti fra oggetti: beati loro, nella semplicità dei desideri (una macchina nuova, l'amore dopo mesi di astinenza) o dei comportamenti (un sonno ristoratore, la brutalità quotidiana, l'indifferenza alle esigenze della compagna!). Ma non vorrei fare un altro commento ai racconti; fra l'altro non ho abbastanza esperienza di minimalismo letterario per dire qualcosa di significativo al riguardo.
Qualcosa in più mi viene da dire su "La casa nuova" e "Il gas", anche riallacciandomi alle tue osservazioni. Ho trovato particolarmente stimolante (sarà una deformazione professionale…) la tua citazione di Hofstadter e dello "strano anello"; non so se hai notato (ma sicuramente sì) che si tratta dello stesso fenomeno presente nel manifestarsi dell'autocoscienza e, simbolicamente, nello specchio: un "regressus ad infinitum" che è un po' il tratto distintivo della condizione umana, sia nella sua condizione "normale" sia in quella "patologica". Mi pare infatti che molte patologie della mente altro non siano che estremizzazioni (sfuggite ormai al controllo del "buon senso" che permette di gestire la vita quotidiana) di posizioni mentali altrimenti perfettamente fisiologiche. Mi spiego meglio: prendi per esempio "Il gas". Vi è descritta un'ossessione (peraltro diffusissima) che non può essere controllata in alcun modo, proprio a causa del suo implicito meccanismo di "regressus ad infinitum" che, coerentemente portato alle sue estreme conseguenze logiche, sfocia nella patologia. Infatti, non si può controllare la chiusura dei rubinetti tramite il controllo della manopola centralizzata, che a sua volta dovrebbe essere controllata; e se anche lo si fa, chi darà la certezza di avere effettuato bene questo controllo, se non tramite un ulteriore controllo di averlo effettuato, e poi di un controllo del controllo, e quindi di un controllo del controllo del controllo… (mi manca lo spazio per continuare). E' lo stesso meccanismo della coscienza di sé, che ha coscienza del suo essere cosciente, del suo essere cosciente del suo essere cosciente… . E ancora: cos'è la paranoia se non un eccesso di interpretazione del reale, incontrollato e incontrollabile, che cresce mostruosamente su se stesso, autoalimentandosi come un cancro distruttivo? E' in fondo la mancanza del "limite", l'ibris e l'apeiron dei Greci che conduce inevitabilmente alla follia e all'autodistruzione (è un paradosso che la protagonista rientri alla fine in sé, nella sua dimensione umana, rinunciando all'onnipotenza del controllo divino del tutto, trovando così appunto la morte, o no?). Mi trovo d'accordo quando dici "Il controllo attraverso la ragione è però solo un'illusione". E' uno smacco terribile il doverlo ammettere per un matematico, ma siamo in buona compagnia: Russell notò una volta che la dimostrazione perfetta non esiste, perché per dimostrare la deduzione da A a B, bisogna giustificarla con un ragionamento intermedio C, che abbisogna di un passaggio intermedio D da A a C,… questo mi ricorda qualcosa… Forse ho divagato troppo e magari questo non era il tema del racconto, ma, insomma, ognuno vede la realtà con i propri occhi, qualunque essa sia…
Magari "La casa nuova" offre spunti più letterari (ma qual è il confine fra matematica e letteratura? chiedere a Calvino per ulteriori dettagli). Eppure anche qui è presente un'ossessione: è vero, come dici tu "la leggerezza della polvere è un'amara constatazione dell'ineluttabile pesantezza del vivere", ma come si può contrastare questa pesantezza se non con una ricerca ossessiva della perfezione, pensa forse la protagonista? Non tarderà ad accorgersi che si tratta di una pia illusione: la strada verso la leggerezza non passa attraverso la rimozione (materiale o simbolica) degli elementi pesanti, ma per un'accettazione della totalità del reale, ad un altro livello (ah, lo "strano anello"…) "oltre il limite dell'estrema sozzura".
Carissima Alessandra, se sei riuscita a reprimere gli sbadigli finora, ma anche se non ci fossi riuscita, vorrei ringraziarti ancora e pregarti di farlo anche nei confronti della tua amica per il suo piccolo grande dono. Forse sarai un po' delusa se ti attendevi delle "glosse" al tuo commento, ma in realtà io l'ho letto con grande attenzione (l'ho anche annotato!) e mi sarebbe parso un po' presuntuoso valutarlo da "critico letterario" quale non sono; del resto, l'ha fatto la tua amica con molta maggior competenza e direi in modo lusinghiero. Io ho trovato più significativo sottolineare i passaggi che mi hanno fatto riflettere, relativi a quei (pochi) temi che usualmente mi appassionano, da monomaniaco (e per di più, uomo) quale invece sono.
A presto
Roberto
* Roberto Rogai: note autobiografiche
"Ho sempre amato la matematica fin da bambino, da quando mio nonno mi iniziò ai misteri delle divisioni con tante virgole; ho poi dato seguito a questa mia "Vocazione" frequentando prima il liceo scientifico e poi laureandomi in matematica alla "Sapienza" di Roma. Dopo una breve esperienza di insegnamento ho trovato impiego in una società di informatica, dove lavoro tuttora: questa in due righe l' "ufficialità" della mia posizione sociale".